Appunti sui tuoi giocatori senza foglietti volanti | Koach
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Interviste
Intervista · 13 settembre 2026

«A marzo non ricordavo più che cosa avevamo concordato con lui a ottobre»

Dennis Boekhout, allenatore olandese di 28 anni, racconta gli appunti per giocatore: perché hanno una data, come li scrive e cosa non annota mai.

Appunti per giocatore

Ogni allenatore conosce quel momento. A ottobre concordi con un giocatore che può provare un mese da opposto, e a marzo non sai più se sia passato un mese o un trimestre. Prendere appunti sui tuoi giocatori non è burocrazia fine a se stessa: senza una data, qualsiasi accordo si scioglie nel rumore di una stagione.

Dennis Boekhout tiene in Koach un appunto datato per ogni giocatore. Una conversazione su come si scrive quella riga, perché il giocatore non la vede e cosa non ci deve finire mai.

Da dove è partito tutto? Da un solo accordo dimenticato?

«Da uno esatto. A ottobre avevo concordato con un giocatore che poteva provare un mese da opposto. Volevo rivedere la cosa dopo quel mese e capire se era vero quello che credevo di vedere. A marzo non ricordavo più che cosa avevamo concordato con lui a ottobre. Gli avevo dato un riscontro? Quel mese era mai finito? Non ne avevo idea.

«E il problema non è che ho perso qualcosa io. Il problema è che lui se lo ricordava. Un ragazzo di diciassette anni sa esattamente che cosa gli ha promesso il suo allenatore.»

E prima come facevi?

«Di tutto, quindi niente. Un foglietto in borsa che dopo il bucato era ancora lì. Messaggi a me stesso nel gruppo, in mezzo alle convocazioni. E soprattutto la memoria, che sopravvalutavo parecchio. Faccio l’allenatore, non l’archivista, pensavo. E invece sei un po’ tutte e due le cose.» [ride]

Com’è fatto un appunto in Koach?

«Il più noioso possibile, e lo dico come complimento. Apri un giocatore, scrivi una frase nel campo, tocchi il più. Finita lì. L’app ci mette la data di oggi e l’appunto va in cima alla sua scheda.

«Quella data è metà del lavoro. Un appunto è un’impressione. Tre appunti a mesi di distanza sono una linea. Solo quando rileggo che cosa ho scritto sullo stesso giocatore a ottobre, a dicembre e a marzo capisco se qualcosa si sta muovendo davvero, o se ho scritto tre volte la stessa cosa senza mai farci niente.»

Il blocco appunti del giocatore Tim de Vries, numero 4, schiacciatore: tre appunti uno sotto l’altro, ciascuno con la sua data, e in fondo un campo vuoto per aggiungerne un altro.
L’accordo del 15 giugno è ancora lì quando lo rileggi il 29 giugno: la data serve a questo.

Se correggi un appunto in seguito, la data si sposta?

«No, ed è voluto. Se sistemo un refuso, quell’appunto appartiene sempre al giorno in cui l’ho scritto. Altrimenti tutta la linea temporale si sposta e il racconto smette di essere vero.

«Si può anche cancellare, e annullare subito la cancellazione. Non vuoi che mezza stagione di annotazioni sparisca per uno scivolone del dito sul pullman verso una trasferta.»

Che cosa ci deve stare, in un appunto?

«Un’osservazione o un accordo, meglio ancora tutti e due in una frase. “Il salto in battuta è più stabile, il passo successivo è la direzione” è un’osservazione. “Concordato: un quarto d’ora di attacco a tempo in più ogni allenamento” è un accordo. Il secondo tipo è il più importante, perché è quello su cui lui richiama me.

«E lo attacco al giocatore, non all’allenamento. Un allenamento finisce; un giocatore c’è ancora la stagione prossima. Per questo il suo ruolo, il suo obiettivo personale, i suoi numeri e i miei appunti stanno tutti sulla stessa scheda.»

La scheda di Tim de Vries: ruolo schiacciatore, secondo ruolo opposto, obiettivo personale “Percentuale in attacco al 45%” e sotto 57 punti, 8 errori e l’88 per cento di presenze.
Obiettivo, numeri e appunti stanno sulla stessa scheda, così li leggi uno accanto all’altro.

Mi dicono che hai un tuo test per come scriverli.

«Sì: fra sei mesi me la sentirei di leggere questo appunto ad alta voce davanti al giocatore e ai suoi genitori? Se no, è scritto male. Non perché il contenuto sia sbagliato, ma perché ho messo per iscritto un giudizio invece di un’osservazione.

«“È pigro” è un giudizio. “Terzo allenamento di fila ultimo ad arrivare, parlato con lui” è un’osservazione. La seconda la posso leggere ad alta voce. La prima non la direi mai a un tavolo di cucina, e allora non c’entra nulla nemmeno in un’app.»

E che cosa non scrivi mai?

«Tutto quello che non riguarda la pallavolo. Salute, situazione familiare, una separazione, i soldi. A volte certe cose le vengo a sapere, perché un allenatore è semplicemente un adulto che c’è ogni settimana. Ma resta nella mia testa, non in un’app.

«Qui dentro ci sono nomi e annotazioni su dei ragazzini. È stata la regola numero uno di tutto quello che ho costruito. Perfino le nostre segnalazioni di errore mandano di proposito cosa è andato storto e mai cosa qualcuno aveva digitato.»

Un giocatore vede gli appunti che lo riguardano?

«No. Chi è nella squadra come membro, quindi i giocatori, il blocco appunti non lo vede proprio. Vede le sue presenze, i suoi punti, le sue partite e il suo obiettivo. Quello è suo. Le mie annotazioni sono materiale di lavoro dell’allenatore.

«Può suonare sleale, ma è il contrario. Proprio perché nessuno mi legge alle spalle, mi permetto di scrivere che cosa penso davvero del passo successivo. E quello che deve sapere glielo dico io in palestra, non una notifica sul telefono.»

La schermata iniziale come la vede un giocatore: le sue presenze al 93 per cento, i suoi punti in attacco, a muro e al servizio, il bilancio delle partite della squadra e il prossimo allenamento.
Ecco cosa trova un giocatore aprendo l’app: i propri numeri, e nessun blocco appunti.

Eppure una volta è andata storta, mi risulta.

«Sì, e preferisco raccontarlo io. Il blocco appunti era nascosto per bene a un membro, ma in fondo a quella stessa scheda c’era un pulsante di esportazione. Quel pulsante mette il giocatore in un file — nome, numero, ruolo, cifre — e sotto, semplicemente, tutti gli appunti con la loro data. Così un giocatore che apriva la propria scheda poteva comunque leggere quello che avevo scritto su di lui.

«Adesso quel pulsante è nascosto esattamente come il blocco appunti. È il tipo di errore che fai in due righe di codice e che vedi solo quando entri una volta come entrano i tuoi giocatori. Da allora lo faccio molto più spesso.»

La schermata delle impostazioni con in alto l’account dell’allenatore e il suo ruolo, primo allenatore del VC Smash, e sotto lingua, notifiche, abbonamento ed esci.
In alto c’è con quale ruolo stai usando l’app, e da quel ruolo dipende quali blocchi vedi.

Che fine fanno i tuoi appunti se un giocatore passa a un’altra squadra?

«Vanno con lui. Quando distribuisci i giocatori fra le squadre l’app lo dice testualmente: i numeri restano e i tuoi appunti su un giocatore passano al nuovo allenatore. È esattamente quello che serve, altrimenti ogni allenatore ricomincia da zero ogni stagione.

«Ed è anche il motivo migliore per prendere sul serio quel test di prima. Quello che scrivi tu lo leggerà qualcun altro. Quindi non scrivere niente che ti farebbe rabbrividire se il tuo successore lo leggesse ad alta voce.»

E che cosa non fa, di proposito, l’app su questo punto?

«Non ti ricorda niente. Non arriva nessun avviso che quel mese da opposto è finito. Un appunto è un appunto, non un compito con la spunta, e di proposito non ho provato a farne una lista di cose da fare: così la gente si mette a spuntare caselle invece di guardare.

«Quello che faccio io: prima di ogni colloquio individuale apro il giocatore e rileggo gli ultimi tre appunti. Sono cinque minuti e ti risparmiano la frase “ehm, ho la sensazione che stai migliorando”. Il trucco è tutto qui.»

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