Tempo di gioco equo: cosa dice davvero il conteggio | Koach
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Intervista · 13 settembre 2026

«Credevo di distribuire il tempo in modo equo, finché non l’ho sommato»

L’allenatore di pallavolo Dennis Boekhout ha confrontato per una stagione il proprio istinto sulle sostituzioni con il conteggio in rally e set, e ne è uscito male.

La panchina in partita

Chiedi a un allenatore se distribuisce il tempo di gioco in modo equo e la risposta è quasi sempre sì. Anche Dennis Boekhout la pensava così, finché alla fine di una stagione non ha messo le sue partite una accanto all’altra. L’ordine che ne è uscito non era quello che aveva in testa, e lo scarto pendeva ogni volta dalla stessa parte.

Una conversazione sul contare in rally invece che in minuti, sul giocatore che entra solo nei set persi e sul confine tra distribuire e mettere semplicemente in campo i sei migliori.

Dici che l’istinto di un allenatore di solito sbaglia. Come te ne sei accorto?

«Scrivendolo una volta. A fine stagione avevo tutte le partite davanti e, per gioco, ho buttato giù prima la mia classifica: chi ha giocato di più quest’anno e chi di meno. Solo dopo ho guardato il conteggio.»

«In cima e in fondo tornava. In mezzo no. Il giocatore che avevo messo quinto in realtà era ottavo. Non sono numeri drammatici, ma è esattamente il tipo di giocatore che perdi se non fai niente.»

L’elenco giocatori della squadra: i giocatori uno sotto l’altro con numero di maglia, nome, ruolo ed età.
Una rosa, sei posti in campo: il conto riparte da lì ogni fine settimana.

Da che parte pendeva lo scarto?

«Sempre dalla stessa. Sopravvalutavo sistematicamente quanto avesse giocato chi entrava dalla panchina e sottovalutavo quanto avesse giocato un titolare. Secondo me è perché ti ricordi la decisione, non la durata. Mi ricordo benissimo di aver fatto entrare qualcuno. Non mi ricordo che era sul 21-14.»

«Una sostituzione sul 21-14 sono cinque rally. Nella tua testa è ‘ha giocato anche lui’. Sulla carta è quasi niente.»

Perché Koach conta il tempo di gioco in rally e set e non in minuti?

«Perché la pallavolo non ha un orologio. Un set può finire 25-12 in un quarto d’ora oppure 31-29 e durare mezz’ora. I minuti non ti dicono niente su quanta palla ha toccato uno. Ogni rally in cui un giocatore è in campo gli conta come uno. E un set gli conta appena è rimasto dentro per almeno un rally.»

«Ed è anche il modo in cui lo vivi da allenatore: non ragioni in minuti, ragioni in palloni. Nell’elenco ci sono entrambi, perché i rally da soli nasconderebbero come erano divisi i set.»

Il blocco del tempo di gioco di una partita: una barra per giocatore con sopra il numero di rally e di set, in alto tre giocatori con 210 rally in 5 set e in basso uno con 21 rally in 1 set.
Gli stessi cinque set per tutti e la barra in basso arriva comunque a un decimo di quella in alto.

E il giocatore che entra soprattutto nei set che stai perdendo?

«È il caso più sbilanciato di tutti, e non te ne accorgi. Un set perso 12-25 sono 37 rally. Un set vinto 27-25 sono 52. Se fai entrare qualcuno soprattutto quando ormai è andata, accanto al suo nome comparirà un ordinato ‘set: 2’ mentre ha toccato una frazione dei palloni di chi ha quegli stessi due set.»

«Per questo i due numeri stanno vicini. Dei set da soli non mi fiderei. Nemmeno dei rally da soli, perché così non vedi se uno è entrato cinque volte per poco o ha giocato un set intero.»

E guardando un’intera stagione?

«Allora sulla schermata iniziale c’è Tempo di gioco questa stagione, con chi ha giocato meno in cima. È stata una scelta precisa: i nomi che ti servono stanno in fondo a una lista così, quindi li metto in alto. Ai primi due appare una piccola etichetta: iniziare prima? Non è un ordine, è un promemoria per il sabato.»

«Sotto la lista c’è scritto in quante partite è stato misurato, e quel numero conta più di quanto sembri. C’è un buco: se hai delegato il punteggio a qualcuno in panchina, quella partita non ha il tracciamento del campo e quindi non entra nel tempo di gioco. Così la distribuzione sembra più sbilanciata, o più giusta, di quanto sia stata. Preferisco dirlo che nasconderlo.»

Durante la partita vedi chi non è ancora entrato?

«No. E non giro intorno alla domanda: nel foglio delle sostituzioni c’è chi è disponibile, con numero di maglia e ruolo, e nient’altro. Nessuna barra, nessun conteggio di chi ha giocato meno.»

«Non me ne pento, anche se capisco la domanda. Sul 21-14 non voglio leggere una tabella. Il discorso sull’equità sta bene al venerdì sera, non in panchina a un punto dalla fine. Quello che c’è su quel foglio è il contatore delle sostituzioni: sei per set, e a sei ci si ferma.»

Il foglio delle sostituzioni sopra il tabellone dal vivo: un giocatore che esce e, sotto, due giocatori disponibili con numero di maglia, nome e ruolo.
Chi può entrare, e nulla di più: la scelta sul tempo di gioco arriva prima.

Qual è allora il momento più economico per dare spazio a qualcuno?

«L’inizio di un set. Finché il foglio di formazione non è stato consegnato, una nuova formazione iniziale non è una sostituzione: quel set riparte da zero su sei. Nell’intervallo tra i set c’è scritto nero su bianco, perché me ne dimenticavo di continuo.»

«Chi parte titolare in un set gioca comunque una ventina di rally. Chi fai entrare a metà si prende quello che resta. Se vuoi davvero distribuire la panchina, distribuisci maglie da titolare, non sostituzioni.»

La schermata dell’intervallo in modalità formazione: i sei posti in campo per il set successivo, la panchina sotto e l’avviso che una nuova formazione iniziale non è una sostituzione.
Il momento in cui un posto nel sei iniziale non costa ancora niente.

Dov’è per te il confine tra distribuire e mettere in campo i sei migliori?

«Cambia a ogni partita, e resterà così. Nel settore giovanile il tempo di gioco è parte della formazione: in panchina non migliora nessuno. Ma in un quinto set che conta metto i sei con cui abbiamo più possibilità, e loro lo sanno in anticipo.»

«Quello che non voglio è che sia l’app a decidere per me. Non c’è nessun voto di equità da nessuna parte e non compare nessun avviso. Dice solo: questo è quello che è successo. Cosa ne fai, quello è allenare.»

Il conteggio ti ha fatto allenare in modo diverso?

«Più che altro preparare in modo diverso. Il venerdì guardo quella lista e decido chi parte titolare il sabato, invece di ragionare a metà partita su chi devo ancora far entrare. Mi risparmia parecchi pensieri in panchina, e a loro parecchie supposizioni.»

E se è un giocatore a chiedertelo?

«Glielo faccio vedere. È tutta lì la differenza rispetto a un anno fa, quando potevo solo dire: “ho la sensazione che tu giochi abbastanza”. Un giocatore con un proprio account vede sul suo profilo il proprio tempo di gioco, ma non quello dei compagni. È voluto: altrimenti diventa una classifica nella chat di squadra.»

«Anche il colloquio è diventato più semplice. Non perché i numeri diano ragione a lui, spesso la danno a me, ma perché guardiamo lo stesso foglio.»

Un ultimo consiglio a chi vuole iniziare a tenere questo conto?

«Per le prime tre partite non cambiare niente. Solo contare. La tentazione di raddrizzare tutto dopo una partita è fortissima, ma una partita non dice nulla: dentro c’è un infortunio, un 12-25, uno arrivato tardi. Solo dopo tre o giù di lì vedi uno schema, e solo allora vale la pena lasciare che ti corregga l’istinto.»

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