L’allenatore olandese Dennis Boekhout racconta le cinque righe di stelle dietro ogni nome e perché quel voto non arriva mai sullo schermo del giocatore.
Cade l’ultimo pallone, la palestra si svuota, e lì comincia il lavoro vero di tanti allenatori: ricordarsi chi stasera ha lottato su ogni palla e chi si è lasciato trasportare. Dennis Boekhout non si fida della propria memoria. Valutare i giocatori in Koach è un pannello di cinque righe di stelle sotto un nome, e la cosa più interessante è chi il risultato non lo vede mai.
Una conversazione su cinque righe che puoi compilare a metà, su due badge che spariscono dalla bacheca delle medaglie del giocatore e sulla differenza tra un fascicolo e una memoria.
«Sta dentro l’elenco delle presenze dell’allenamento. Metto qualcuno su presente con la spunta e dietro al nome compare una freccetta. Tocchi il nome e si apre un pannello con cinque righe di stelle: tecnica, visione di gioco, allenabilità, applicazione e impegno. Cinque volte da una a cinque stelle, e sotto la media.
«Mi costa venti secondi a giocatore al massimo, ed è voluto. Lo faccio dopo, in macchina o sul divano, mai durante l’allenamento: durante l’allenamento devo guardare, non toccare lo schermo.»
«Un voto è un giudizio su una persona. Cinque righe sono la descrizione di una serata. La differenza è più grande di quanto sembri. Un giocatore può stare a due in tecnica e a cinque in applicazione: allora non c’è niente che non va in lui, sono io che martedì devo fare qualcosa di diverso.
«E costringe anche me a separare le cose. ‘Brutto allenamento’ non è un’osservazione, è un umore. Appena devo scegliere fra cinque righe, mi accorgo che quasi sempre sta in una sola.»
«No, ed è importante. Nella media contano solo le righe che compili. Se ne lasci tre vuote, la media è quella delle due che hai dato. Ci sono sere in cui ho davvero guardato solo l’applicazione: allora compilo quella riga e basta.
«È stata una riparazione, non un progetto. All’inizio una riga vuota valeva zero, e così chiunque valutassi a metà scendeva da solo. Sull’arco di una stagione valeva lo stesso: gli allenamenti senza voto tiravano giù la media. Dieci volte presente e tre volte valutato dava la somma di quei tre divisa per dieci. Adesso contano solo gli allenamenti valutati.»
«Mai. Sul suo schermo non esiste. La colonna delle stelle nell’elenco presenze sparisce, il riquadro dell’impegno medio sul suo profilo sparisce, le stelle dietro a ogni singolo allenamento spariscono, e sparisce anche il grafico con l’andamento delle sue valutazioni.
«Quel grafico è stato l’ultimo che abbiamo chiuso, tra l’altro. Ovunque altrove il blocco c’era già, e proprio quella scheda mostrava di più: la media e la linea allenamento per allenamento. È così che queste cose escono: mai dal punto a cui pensi.»
«Sì, i genitori stanno dietro lo stesso muro. Un account genitore vede quello che vede il figlio e nient’altro. Non è sfiducia verso i genitori: è che il mio appunto su un ragazzo di quindici anni non deve finire sul tavolo di casa senza che io ci sia.»
«Lo rivelavano, sì. Due badge nascono direttamente da quelle stelle: Gran Lavoratore, con ‘media 4,0’ sotto, e In Crescita, con ‘+0,3’. Per un giocatore quei due sono stati tolti del tutto; né lui né suo padre vedono quelle caselle.
«Togliere il testo non bastava, perché lo rivela anche il bordo. L’oro vuol dire 4,6 o più, quindi la cifra non serve nemmeno. Si vede dal contatore sopra la bacheca: sul mio schermo ci sono ventiquattro badge, sul suo ventidue.»
«Perché altrimenti lo perdo. Suona stupido, ma va esattamente così. A marzo non mi ricordo più com’era novembre. Mi restano solo le ultime tre settimane, e su quelle tre settimane andrei a fare un colloquio su un’intera stagione.
«Non è un fascicolo. Un fascicolo lo apri contro qualcuno. Questa è una memoria, ed è mia.»
«Il voto non lo mostro, lo uso per ricordarmi che cosa ho visto. Il profilo mette vicine presenza, impegno medio e partecipazione, e sotto ci sono gli ultimi allenamenti uno per uno. Lì vedo che il suo calo di novembre è durato tre allenamenti e che poi ha girato.
«E poi lo dico con parole normali. Non ‘sei a 3,4’, ma ‘dopo Natale andavi a prendere il primo pallone di ogni esercizio, e prima non lo vedevo’. Stessa conclusione, senza un numero con cui lui non sa che farsene.»
«No. Cinque righe di stelle, non c’è altro. È un limite voluto, perché con un campo di testo accanto non l’avrei mai compilato: diventa un compito invece di cinque tocchi.
«Le parole vanno nel blocco note del profilo giocatore. Anche quello è solo per gli allenatori; un giocatore che apre la propria scheda quel blocco non lo trova proprio. Altrimenti scriverei in modo diverso, e non servirebbe a nessuno.»
«Certo. Ed è proprio per questo che un singolo allenamento non conta. Una sera è rumore: uno ha avuto un compito in classe, uno è raffreddato, uno è innamorato. Io guardo la linea su dieci, dodici allenamenti.
«Per lo stesso motivo puoi lasciare righe vuote. Una sera in cui non sono riuscito a vederlo bene non merita un voto: una casella vuota è più onesta di un’ipotesi.»
«Calcola, nient’altro. Fa la media delle righe che compili, mette la media sul profilo e tiene l’andamento. Non ne esce un consiglio, non ne esce una conclusione, non ne esce un ‘questo giocatore in panchina’. Non mi fiderei nemmeno.
«Il giudizio è mio e resta mio. L’app serve solo a farmelo ricordare a marzo, e a evitare che il giocatore lo legga per sbaglio.»
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